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#leggera_come_una_piuma

Lucia ha 16 anni.
Lucia è un adolescente.
Lucia è bellissima:
lunghi capelli neri, morbidi con le onde sui lati, densi come la sua bocca rosa pallido in mezzo quel viso spolverato di luna.

Quella mattina indossava un pantalone nero ed un maglia carta da zucchero che teneramente le cadeva sulle spalle, lasciando gli esili avambracci scoperti.

Tamburellava con le dita della mano sinistra sul tavolo, non riuscivo a capire il ritmo, faceva “turutun, turutun, turutun…” indice, medio, anulare e mignolo.

Poi riprendeva.
Indice, medio, anulare e mignolo.

Non indossava anelli, né bracciali, nè collane.
Non aveva trucco.

Gli occhi sembravano disegnati da un egizio, neri, lasciavano un senso di porta chiusa, un cantiere notturno, le mancava un cartellino appeso con su scritto “scusate per il disagio, stiamo lavorando per voi”.
Sentivo la mamma urlare per i corridoi.
Urlare e piangere.
Piangere e pregare.

Non capivo una parola, ero ipnotizzata dal tamburellio delle dita di Lucia.
– “letto 5” (ci chiamò l’infermiera)
– “andiamo Dany”
Noi siamo segnati dal numero 5.
Da quando Daniele è nato, ci segue questa numerologia.

Tutto ciò che di importante entra nella nostra vita ha che fare con quel numero.

Una volta conobbi addirittura una persona con 5 figli, ma quella è un’altra storia…
Nella stanza trovammo Lucia, sulla sua sedia a rotelle.
Letto 7.

Era vicino la finestra, il sole la accarezzava.
Sembrava gelida.

Non penetrava nemmeno un raggio su quel candore.
Una bambola di gomma.
Volevo chiederle qualcosa mentre lenta sistemavo i vestiti nell’armadietto.

– Cazzo! (esclamai, accorgendomi di essermi dimenticata il pigiama di Daniele)

– Cazzo! (esclamò la mamma entrando in stanza e vedendo anche noi)

Almeno sulle interiezioni eravamo d’accordo.
Mi guardò in cagnesco ed uscì urlando “infermieraaa!”
Lucia non si scompose minimamente.
Nulla la riguardava.

Il mondo lento scivolava sul suo vetro nero, riflesso degli occhi.

Nemmeno le grida della madre la toccarono.
Gli occhi infiammati dalle lacrime, il volto pieno di rughe, una bocca invisibile, agra, schifata.
Aveva il rimmel colato che si univa alle occhiaie, infilandosi nei solchi della pelle, un abito nero lungo che sembrava di carta crespa, quella che abitualmente si usa per confezionare i bouquet di fiori.

Faceva caldo.
Nonostante l’aria condizionata era terribilmente caldo.

Blaterava di fronte a me, con l’infermiera vicino.
– non voglio altre persone in stanza! Poi quel bambino è piccolo, magari piange la notte e non ci fa dormire
– Signora Rosselli si calmi, le stanze sono tutte piene vediamo. Solo per stanotte porti pazienza.
Io non dissi nulla.

Presi gli short dallo zaino e mi sfilai i jeans.
Un po’ capivo i silenzi di Lucia.
A pranzo ci sedemmo a tavola tutti insieme.
Il piccolo Matteo di fronte a me, la nuova arrivata a destra, Lorenzo sul divanetto, Danielino e il suo grande appetito con gli occhi fissi sui cartoni animati, seduto vicino a Paola.
Mancava Lucia.

Loro pranzarono in camera.
La notte è terribile.

La notte è terribile in ospedale.
La notte è terribile all’ennesima potenza in una clinica psichiatrica infantile.

Mi chiedo se Dio conosca questi posti.
I genitori sembrano lupi mannari che ululano fumo e bestemmie su quel terrazzo al centro di Roma.

Si respira smog, delusione e rabbia.
C’è addirittura chi prega.
Una notte ascoltai un uomo, un papà che improvviso’ un “Padre Nostro che sei nei cieli” ma le grida di suo figlio lo riportarono in stanza.
Erano le 2 di notte, Daniele dormiva beato.

Ero su quel terrazzo che fumavo la terza sigaretta, il sonno era lontano come la speranza che in quel ricovero potessero scoprire qualcosa in più.

Uscì la signora Rosselli.
Indossava una camicia da notte lunga, prese lo stendino e velocemente attaccava mollette su quelle maglie e mutande, quasi vergognandosi, come fossero ancora sporchi.
Strizzava e stendeva.

Stendeva e imprecava.
Guardavo il cellulare e guardavo lei.
Rientrò.

Dopo pochi minuti uscì, sembrava più calma, si avvicinò a me con passo imbarazzato.
Forse ora realizzava di più.
Mi ammorbidii.
La invitai a sedersi vicino a me offrendole una sigaretta.
– non fumo, grazie.
Poi aggiunse sottovoce
– Scus…
Gli occhi erano lacerati, la gola non conteneva voce.
– Lucia è una ballerina di danza classica.
Un anno fa andammo addirittura in America (con la A aperta espresse la grandezza di quel momento) per un suo spettacolo.
Una farfalla.
Studia danza dall’età di 6 anni. Frequenta il liceo linguistico. La migliore della classe.
Poco prima della fine dell’anno scolastico era seduta in classe, pronta per il compito di tedesco.
Io non c’ero.
Un mese oggi.
Io non c’ero nella sua classe.
(piangeva disperata)
Tentai di consolarla allungando un braccio, mi sembrò di stringere un lenzuolo di flanella lasciato al sole di agosto per una settimana.
Stessa rigidità.
(sospirò e riprese il discorso)
– il medico mi disse “un blackout del cervello”. Durante il compito svenne a terra. Si svegliò dopo molte ore e non parlò più.
Non vuole camminare.
Non vuole mangiare.
Non vuole parlare.
È assente.
Un blackout dal quale potrebbe non svegliarsi più.
(piangeva senza lacrime, le aveva finite)

Si trovava nella fase dell’accettazione della malattia, così dicono le mamme veterane con figli disabili.
Capivo tutto il suo dolore.
Chissà se Dio la stava ascoltando.
Erano ormai le 3 di mattina, il pacchetto di sigarette vuoto, si sentiva Roma che spegneva le stelle quasi cercando un’atmosfera più intima.
Le dissi
– Quanto pesa Lucia?
– 40 chili… Anche meno.
– Pesa quando la metti nel letto?
– No! È una piuma.
Mi alzai dalla sedia guardando il cielo, speravo di non dire una cazzata.
– È una piuma! Vedrai diventerà tutto più leggero.
Rientrai.
Nel letto piansi.
Che enorme cazzata.
Non diventa più leggero, se sei fortunata diventi più forte.

Tratto da #N5noneneunprofumoneunmambo

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