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Ai ragazzi del liceo Manzoni (nella giornata internazionale delle persone con disabilità)

Cari ragazzi,

mi è stato chiesto di parlare nella giornata mondiale del disabile e non posso che essere immensamente onorata di rivolgermi ai futuri governatori del mondo, a coloro che salveranno la società dall’egoismo e l’ipocrisia, voi siete i super-eroi di domani e a voi adesso io farei un immenso applauso per il coraggio.

Mi chiamo Katiuscia Girolametti e sono un’autrice romana conosciuta per il mio ultimo libro “N°5 non è né un profumo né un mambo” totalmente autobiografico in cui racconto il mio quotidiano, le mie giornate, la mia famiglia, tutto quello che ruota inarrestabile intorno a mio figlio: Daniele, disabile e super-eroe (come voi).

Sono oggi una donna forte e fiera, orgogliosa di mio figlio e vorrei portare un messaggio di bellezza legato alla diversità, vorrei urlare al Mondo di non avere paura, non lasciatevi spaventare dal diverso, non restate nell’ignoranza, costruiamo insieme un ponte che possa legare noi a questo universo colorato fatto di tante sfumature, in fondo se ci osserviamo saremo stupiti di vederci diversi gli uni dagli altri. Vi racconto una cosa di me…

Nella mia classe durante le superiori c’era una ragazza che invidiavo tantissimo, si chiamava: Francesca.

Francesca indossava dei maglioncini rosa pallido sempre puliti e profumati, da sotto la maglia sbucavano camice bianche come la neve, a volte con qualche righina altre volte delicati pois neri, aveva gambe lunghe, magre con dei pantaloni modello uomo e mocassini bassi.

Francesca non parlava con nessuno.

Francesca durante l’ora di lezione apriva il quaderno e scriveva.

Francesca non andava mai in bagno.

Io non ero Francesca, avevo circa la vostra età e la mia scuola si trovava in un paese a dieci chilometri dal mio. Se avevo i soldi per la benzina andavo con il motorino altrimenti prendevo il treno, anzi due treni con la coincidenza dopo un’ora. La mattina mi alzavo alle 6 senza mettere la sveglia, andavo in bagno, jeans e felpa.

Non mi guardavo allo specchio, non mi guardavo mai allo specchio, avevo rasato tutti i capelli lasciandomi solo un ciuffo davanti, non mi curavo, non mi truccavo, non ero come le altre a me non interessavano i ragazzi, non mi interessava la scuola. Io volevo solo che la giornata finisse al più presto, la mia adolescenza è stata terribile e solitaria, come quella di gran parte di voi.

Alle 6:15 ero già in stazione, mi incontravo con altre amiche dove si parlava e fumava.

In realtà si fumava soltanto e dopo si parlava.

Dopo si parlava tanto.

Francesca entrava in classe alle 9 ogni mattina e io guardando l’orologio borbottavo che erano già tre ore che mi sbattevo tra Ciampino, Frascati, treni e sampietrini.

Quella sua aria da perfetta liceale: a volte metteva anche delle gonne lunghe fino al ginocchio con le calze coprenti sotto, non era mai volgare, la sua bocca carnosa stonava con lo sguardo sfuggente, non si truccava, non ne aveva bisogno con quella pelle liscia e bianca, nemmeno un brufolo, nemmeno un neo, niente! Era così dannatamente bella e perfetta.

La nostra classe era al quarto piano, il quarto piano di un ex convento di suore, anche se dentro più che una scuola sembrava un bordello. Ragazze con maglie corte truccate come fate turchine in prova per Halloween jeans a vita bassa che nulla lasciavano all’immaginazione, c’era violenza ovunque, bruttezza, schifo e poi c’era Francesca.

Arrivava accompagnata dai genitori in classe, la signorina fortunata, la mamma ci guardava, ci guardava terrorizzata dalle nostre facce.

Io non ero Francesca e la mia mamma non mi accompagnava mai a scuola, non mi dava un bacio come faceva la mamma di Francesca, non mi guardava con gli occhi pieni d’amore come chi lascia una figlia per andare in guerra.

La guerra eravamo noi.

Francesca scriveva pagine e pagine, faceva liste di nomi e poi li evidenziava.

Era tutto ordinato, dai capelli, ai quaderni, all’astuccio, persino le penne sul banco erano posizionate a seconda dell’utilizzo.

Io avevo un astuccio scarabocchiato con macchie d’inchiostro e bic masticate. Non avevo colori, non avevo evidenziatori, tutte quelle cose costavano troppo e a me i soldi servivano per fumare non di certo per la scuola.

Io non ho mai parlato con Francesca, avevo paura ad avvicinarmi, ero terrorizzata, io ero una bulletta e non potevo farmi vedere con lei.

In realtà vi confesso che me la facevo sotto, già, io… Ragazzi i bulli non esistono, i bulli sono dei cacasotto sfigati.

Comunque Francesca rimase con noi poco meno di un anno e nei suoi quaderni, in quelle liste di nomi scriveva i buoni e i cattivi.

Francesca aveva 16 anni e un ritardo mentale.

Francesca era bellezza e perfezione e io una grandissima sfigata cacasotto, ma Francesca in fondo lo sapeva perché il mio nome era sempre nella lista dei buoni.

Non sapevo cosa mi avrebbe riservato il futuro ma io già vedevo qualcosa di magico nella disabilità mentre per gli altri, Francesca, era solo una povera handicappata.

Viva l’integrazione scolastica ♥️

 

Pubblicato da Katiuscia Girolametti

Rianimo le parole uccise dalle bocche cucite.

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