– Forza ci siamo quasi!
I bambini in fila per uno sull’ingresso della scuola, sorridevo a tutti perché in fondo Daniele anche se non ha mai detto i loro nomi sono convinta gli voglia bene; lo vedo da lontano abbracciato ai compagni che coprono la sedia a rotelle, sembra tutto così normale, il suo volto stanco, distrutto come chi ce l’ha messa veramente tutta, aumento il sorriso incrociando il suo sguardo, non vedo l’ora di tirarlo su e gridargli “è finita!” come al termine di una partita di calcio importante, come un gol su rigore al 90° minuto durante un derby, vorrei dirgli che è un vero campione e più mi avvicino e più in realtà mi vorrei fermare, lasciare eterno quel momento, fermare il mondo fuori, il caldo, la macchina lasciata aperta in doppia fila, la maglia schifosamente sudata e la voglia di correre altrove, di dire: basta! Come una guerra, siamo soldati o siamo genitori? Sono figli o sono pacchi? Sempre sotto prove, continui esami e, la gente? Gli altri? Sì quelli precisini, quelli che durante l’anno non si sentivano mai parlare ma a detta di tutti avevano sempre da ridire, anche loro, basta! Oggi abbassiamo le spalle, rilasciamo l’aria per qualche ora, nessuno ha vinto, anche quest’anno, come ogni anno; tutti credono sia una gara alla perfezione ma la serenità dov’è? Eccola, davanti i miei occhi, lui che ride con i suoi compagni e, proprio mentre ero nel vortice di confusione si avvicina l’insegnante di sostegno dicendomi:

– Grazie a te, voi due, questi sorrisi… Perché con Daniele ho imparato molte cose sono cresciuta quest’anno passato con lui, mi ha dato tanto e mi mancherà.
Ed era terribilmente sincera come le mie lacrime poco dopo.
Grazie Daniele perché riesci a rendere perfetta anche me.

Katiuscia Girolametti