La regola dei tre giorni

Vi racconto la regola dei tre giorni.
Mi hanno chiesto dove mi vedo tra vent’anni, io e Daniele… Mesi fa ero in una sala d’attesa per fare il calco del piede di Daniele per i nuovi tutori, poco dopo entra una signora anziana: abito lungo a fiori un pò sgualcito, nero, come il cielo in quel momento su Roma che tratteneva litri di pioggia, come gli occhi circondati da rughe di quella donna appena entrata.

Aveva il bastone e faceva veramente fatica a camminare, arrancava e ansimava sforzi enormi, sottobraccio teneva un ragazzo di circa cinquant’anni: maglia a righe, pantalone di velluto beige un pò stempiato, anche lui trascinava le gambe sembrava non riusciva proprio ad alzare i piedi e si muoveva a modo di robottino con carica, la bocca semi aperta e il labbro sotto bagnato di saliva.

La signora lo chiama “Giovanni a mamma siediti qua” lui con un lamento si avvicina e lei lo tira giù sulla sedia con un braccio, mentre con l’altro rimane aggrappata al bastone, poi apre la borsa tira fuori un fazzoletto di stoffa e asciuga la bocca di suo figlio, lentamente piega il tovagliolo lo mette in borsa e si siede con un lungo sospiro.

La guardo e lei mi sorride, vede perfettamente quello che sto pensando, lo vede perché Daniele con la maglietta di topolino non era più tanto strano in quel momento, lo vede perché i miei occhi erano terrorizzati e mi dice che esiste la regola dei tre giorni, esiste veramente – tre giorni prima muore lui e tre giorni dopo muoio io – così si vive! Sperando di non lasciarli nemmeno un giorno della loro vita soli, neppure nella morte.

Quindi io tra vent’anni non lo so dove sarò con Daniele, forse lui diventerà astronauta, ingegnere o uno scrittore, non lo so, quello che mi auguro e di avere per tutta la vita: forza, amore e coraggio.
#lanormalitàèsopravvalutata

Pubblicato da Katiuscia Girolametti

Rianimo le parole uccise dalle bocche cucite.

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