Una marcia in più: loro.

La mamma di un disabile è una donna che non dorme mai, è una donna che prende decisioni d’impulso, che si lancia e si dondola senza mai abbandonarsi.
La mamma di un disabile non abbassa mai le spalle, non tira il collo, non sgrana gli occhi.
La mamma di un disabile mangia fette grandi di vita quando può fino a scoppiare.
La mamma di un disabile non ha mai sensi di colpa durante il giorno, non ci pensa, non ha tempo.
La mamma di un disabile vive ad alto volume, non ha mai i capelli in ordine, non ha mai la pelle liscia.
La mamma di un disabile si innamora sempre, di tutto, si sorprende quando la vita la meraviglia.
Sapete che molti dei nostri figli non sono nemmeno in grado di scrivere, di parlare, figuriamoci un “auguri mamma” oppure un “ti voglio bene”.
Molti dei nostri figli sono sempre assenti, sono dei sacchetti di carne con pochi muscoli.
Molti dei nostri figli resteranno eternamente bambini. Quando arriva la festa della mamma ci rifilano il solito cartoncino scarabocchiato, oppure quel sasso di pasta di sale fatto da chissà chi, vogliono dargli quel merito e farci credere soprattutto che noi ne abbiamo bisogno, abbiamo bisogno di uno stupido disegno stampato, sapendo che lui, nostro figlio, probabilmente nemmeno era in classe in quel momento…
Ma sapete noi di cosa abbiamo bisogno realmente?
Di un vaffanculo liberatorio.
Sì!
Quelli incazzosi contro la vita, contro la società, contro gli uomini, contro il mondo.
Vaffanculo tutti.
Sì… senza motivo.
Non perché siamo portatrici di rabbia, ci serve solo per spingere quel sasso che comprime sui polmoni, quel bottone troppo stretto, quelle scarpe cosi alte, quel nodo tra i capelli, quello che ci fa vivere in apnea, quello che tutti chiamano: disabilità, un abito che noi indossiamo divinamente bene. Spesso mi dicono che sono una mamma speciale, forse perché mi vedono destreggiare una sedia a rotelle con uno bel ragazzo, oppure mi chiedono come faccia da sola, chi mi aiuti, dove trovi la forza… Quelle teste inclinate con gli sguardi pietosi, quelle facce impaurite che abbracciano i figli e ringraziano Dio! Grazie per non aver dato loro questo fardello, grazie perché spesso la paura ci rende più deboli o è solo la stanchezza a far di noi dei passivi sociali senza più un animo.

Quel pomeriggio ero esausta, secoli prima del covid, venivo da una settimana di compleanni, una serie impulsiva di feste copia incolla, con la differenza del nome sulla torta piena di panna, candeline e profumi di donna. Daniele non ama la confusione, i pericoli, i gonfiabili, le urla, gli odori forti, non ama tutto ciò che non è prevedibile, calcolato o quantomeno studiando prima, diciamo che per noi le feste sono una vera tortura, soprattutto per lui… Ma la scuola era iniziata da poco e ancora avevamo dentro l’entusiasmo di una prima elementare piena di aspettative.

Seduta su una sedia di plastica con Daniele di fianco tentavo di isolare la mente da quella musica assordante e da quella puzza di fritto, avevo la nausea e il sudore degli altri sulla gola, come una tachipirina mille che scendeva: arsa e piegata.
Mamme sorridenti e truccatissime sfilavano su tacchi alti e sfoggiavano maglie nuove, io sentivo i miei occhi chiudersi, inadeguati come una macchia nera sul divano bianco, indossavo le converse, i jeans strappati, una mezza coda e contavo i minuti guardando la porta. Fu la prima volta che dissi una parolaccia ad una bambina, mi chiedo ancora oggi se fosse stato giusto come poi dissero alcuni presenti, oppure no. Daniele, dopo aver vissuto sette giorni tra ansia e confusione, se ne stava immobile ad osservare quel trambusto, la schiena poggiata ferrea, la bocca schiusa dalla quale fuori usciva la bava e la testa chissà dove, sicuramente fuori di lì. Una bambina passando lo guardò e disse: “che schifo!”.
Tante cose facevano schifo in quell’istante, probabilmente anche noi, totalmente assopiti dalle mura disegnate con allegri pagliacci. D’istinto la mia risposta non fu felice e di conseguenza lei esplose in una crisi isterica e di paura. Nonostante la mia sensibilità non mossi un dito e neppure un banale “scusa”.
Ci misi giorni per realizzare, accompagnata da fiumi di pianto e lame, la mia impotenza davanti alle sue parole. Lo pensai vomitando il mio orgoglio, la bambina aveva centrato l’obiettivo, sparato in pieno e io non ero pronta, per l’ennesima volta.
– Era soltanto una bambina, dai…
– E se quello fosse stato tuo figlio?

Noi mamme di figli disabili abbiamo una marcia in più: loro.

Pubblicato da Katiuscia Girolametti

Rianimo le parole uccise dalle bocche cucite.

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